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Depressione, ansia e panico Stampa E-mail
Scritto da Salvatore Di Salvo   
Indice articolo
Depressione, ansia e panico
Episodio Depressivo Maggiore
Umore depresso
Depressione e volontà
Depressione, tempo e autostima
Il rischio suicidiario
Altri sintomi della depressione
Come riconoscere una depressione
Disturbo di Ansia Generalizzato (GAD)
Come riconoscere un GAD
Disturbo da Attacchi di Panico (DAP)
Come riconoscere un DAP
Le indicazioni terapeutiche
Note conclusive

Diffusione della depressione e dell’ansia
I più recenti studi epidemiologici attestano che sono circa 8,5 milioni le persone che soffrono, in Italia, di disturbi depressivi e 3 milioni di disturbi d’ansia. Considerando che, per ogni paziente, sono almeno due/tre i parenti coinvolti, si può avere un’idea di come questo disturbo abbia la valenza di malattia sociale. Del resto il costo sociale, inteso come ore lavorative annue perse a causa del suddetto disturbo, è in Italia di circa 400 milioni di € l’anno.
 Delle persone affette da depressione o da sintomatologia associate ad ansia o attacchi di panico, è solo una minoranza (circa 18%) che consulta lo specialista di competenza, cioè lo psichiatra. Ciò che si interpone tra chi soffre di questi disturbi e chi li cura è la presenza radicata di pregiudizi. Uno di essi riguarda la figura dello psichiatra e può essere così esemplificato: “Lo psichiatra cura i matti e se mi rivolgo ad uno psichiatra, sono anch’io matto o sono considerato tale”. Questo ostacolo è difficilmente superabile a causa della presenza di un sentimento di vergogna tanto forte da inibire l’acquisizione d’informazioni sia presso amici e conoscenti sia rivolgendosi al medico di base. Un altro pregiudizio è che gli psicofarmaci siano dannosi. In realtà la terapia farmacologica può essere dannosa solo se assunta senza l’assistenza dello specialista. Questo preconcetto, come quello secondo cui gli psicofarmaci danno dipendenza, sono figli del fatto che, a livello d’immaginario collettivo, vi è un’assimilazione tra antidepressivi e sostanze stupefacenti.
In realtà è scientificamente dimostrato che gli antidepressivi non danno dipendenza e che la loro sospensione, graduale e controllata, non determina nessuna sindrome da astinenza. Altro pregiudizio molto diffuso, come testimonia la pratica giornaliera, è quello della “volontà”, secondo il quale si ritiene che sarebbe sufficiente uno sforzo di volontà per superare il disturbo depressivo. Tale pregiudizio prescinde dal livello sociale, culturale ed intellettivo ed è compito dello specialista sottolineare la falsità e i danni che ne derivano, poiché alimenta i già presenti sensi di colpa.

La sua infondatezza risulta evidente dalle seguenti considerazioni:

  • la volontà è la quantità d’energia psichica che una persona ha a disposizione e che, quindi, può investire nelle proprie attività quotidiane;
  • fa parte, però, del quadro depressivo, vale a dire dello stato di malattia, una netta riduzione della quantità d’energia di cui un soggetto può disporre.

Risulta quindi evidente che non si può puntare sulla volontà per il superamento di una crisi depressiva.
Questo tema sarà ripreso nella parte dedicata alla descrizione dei sintomi del disturbo depressivo.
Di fatto, la depressione è una malattia curabile, specialmente con gli strumenti efficaci di cui disponiamo. E’necessario uscire dalla dimensione parascientifica in cui questi disturbi sono collocati e ricondurre il problema in ambito medico.
Il mondo scientifico è oggi in grado di dare una risposta adeguata ai problemi di cui ci stiamo occupando e può fornire un valido aiuto alla maggior parte di coloro che si rivolgono allo specialista, in possesso di strumenti molto più efficaci e raffinati rispetto a quelli anche solo di 10-15 anni addietro.

 
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