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Dalla violenza verbale alla rissa il passo è breve Stampa E-mail
Scritto da Luca Spoldi   

La violenza verbale come campanello d’allarme di una società che tende sempre più a perdere il controllo: è la convincente tesi sostenuta da uno dei massimi esperti di filosofia della mente, il professor Michele di Francesco (per una scheda sul professore basta seguire questo indirizzo: http://www.unisr.it/persona.asp?id=352) le cui ricerche in questi anni hanno riguardato in particolare  la filosofia della mente e l’epistemologia della scienza cognitiva. Oltre che i rapporti tra evoluzione, cultura e cognizione e i problemi filosofici legati ai temi dell’unità e della causalità mentale e dell’emergentismo.

Non preoccupatevi, nonostante termini tanto impegnativi, il professor di Francesco, che tra le tante cose è stato tra i soci fondatori del Coordinamento Nazionale di filosofia della mente e delle scienze cognitive (il cui sito è visitabile all’indirizzo: http://www.filmente.it/), ha il pregio di parlar chiaro. In un’intervista recente resa a Maria Grazia Ligato, su “Io Donna”, il magazine femminile del Corriere della Sera, il professore ha spiegato quella che può essere una delle cause della crescente violenza della nostra società, dove una casalinga apparentemente non disperata può decidere di compiere una strage brutale perché disturbata dal vociare dei figli del vicino, mentre i massimi rappresentanti del movimento calcistico nazionale sembrano essere preoccupati solo di garantire gli incassi alle società e “mettono in conto” che ogni tanto il morto ci scappi, visto che “fa parte del sistema”.

Non si tratterebbe tanto della televisione o del cinema, sempre più violenti e sguaiati e per questo facilmente additabili come “cattivi maestri”. Lo spettatore, infatti, impara presto a distinguere il falso dal vero, il “reality” tarocco dalla realtà drammatica. No, il problema, spiega il professor di Francesco, è che “c’è un legame con l’impoverimento generale della nostra lingua”. Più che la spada potè la lingua, insomma, ancora una volta: più il lessico diventa povero, incapace di esprimere i sentimenti con termini adeguati e complessi e più si tende ad adeguare i nostri sentimenti ad un vocabolario elementare. Con conseguente tendenza ad un aumento delle aggressioni. In un circolo vizioso l’insulto diventa dunque l’unico modo di esprimere relazioni complesse, seppure in maniera inadeguata.

E percependo tale inadeguatezza passiamo sempre più spesso dalle parole alle mani, anche se inizialmente non avevamo tale intenzione. D’altra parte pare che la violenza stessa stia diventando, per i più giovani, una sorta di “svago”, come farebbero temere le affermazioni di alcuni giovani deficienti (non troviamo altro termine per definire costoro), che arrestati per aver provocato ripetutamente delle risse hanno candidamente dichiarato che loro stessi avevano creato volutamente la situazione di tensione anche “adescando” ad arte le proprie vittime, per poi poterle aggredire. E sfogare, forse, un senso di insoddisfazione e inadeguatezza che la sempre minor dimestichezza alla lettura e alla grammatica impediscono di esprimere a parole.

Quale cura per questa pericolosa tendenza ad un ritorno di “neotrogloditi” capaci solo di menar le mani per negare l’evidenza della propria inferiorità? Secondo il professor di Francesco occorrerebbe tornare a “nutrire” il loro cervello con stili di comunicazioni ricche e tali da stimolare la capacità, tipica dell’uomo, di rappresentare se stesso in varie situazioni. Di immedesimarsi, cioè, nei sentimenti che provano altri posti in differenti situazioni, dall’amore all’odio, dallo stress all’esaltazione, dall’euforia alla depressione. Una cura per la violenza, insomma, potrebbe essere quella di tornare a dare più spazio alla letteratura e al teatro. Oppure, aggiungiamo noi, provare a lanciare una vera “rivoluzione” da parte dei mass media: non inseguire le tendenze neotroglodite di una minoranza di pubblico pensando in questo modo di ottenere una maggiore audience (e, cosa da non trascurare, riuscire a vendere più spazi pubblicitari e a più caro prezzo), ma recuperare una funzione fondamentale, quella educativa.

In un’epoca in cui solo la parola “educare” sembra un attentato alla libertà personale si potrebbe scoprire che l’educazione ai sentimenti, ossia alla capacità di immedesimarsi nei sentimenti altrui anche per poi utilizzare la lezione appresa nel proprio interesse, potrebbe essere una sfida molto più interessante che non inserire altre venti volte i termini “cazzo”, “culo” o “figa” nel prossimo film di Natale o nel prossimo reality-trash. E visto che nessuno è in questo campo maggiormente interessato di noi stessi, proviamo ad andare a leggerci qualche grande classico del passato, come Jane Austen (l’autrice di “Orgoglio e Pregiudizio”, per intendersi), e ritagliamoci qualche appuntamento a teatro a rivedere le opere di drammaturghi come Luigi Pirandello. Il nostro cervello ne sarà felice e forse la prossima volta riusciremo a meglio esprimerci senza ricorrere a insulti o a dover fare scena muta.

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