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Soffermandoci su questo titolo possiamo credere che esistano effetti allucinogeni del linguaggio. In un certo senso è vero, le allucinazioni dovute al linguaggio esistono, ad esempio una minaccia di morte crea nell’individuo che la riceve una serie di immagini mentali, false, visto che la minaccia è solo un ipotesi sul futuro, che generano uno stato emotivo di paura. Pichon Riviere, uno psichiatra e psicoanalista Argentino, fa questo esempio per mostrare un modello psicosomatico: «Consideriamo il racconto di un libro con situazioni particolarmente emozionanti. Quelle parole, quel linguaggio che noi leggiamo giunge alla corteccia cerebrale e di lì viene associato a precedenti segni di memoria, poi vi può essere una attivazione del sistema nervoso autonomo e, in seguito, potrebbe insorgere lo stimolo alla secrezione di un liquido organico: una lacrima». Dunque se il linguaggio ha un effetto sul corpo, questo effetto può essere positivo o negativo, quindi ci possono essere parole che fanno male e parole che curano. Adesso torniamo al titolo di quest’articolo e esaminiamolo da un altro punto di vista, il linguaggio «Drogato» come il linguaggio dei drogati, intesi come tossicodipendenti. Gia qui possiamo osservare un primo elemento allucinogeno del linguaggio. Quale elemento? Si tratta del «drogato»; un termine che contiene in sé già un’idea di quello di cui ci stiamo occupando, più che un’idea uno stereotipo. Infatti che cosa significa drogato? Se non siamo medici probabilmente la nostra conoscenza del termine deriva dal senso comune. Ma spesso il senso comune non impiega concetti per pensare, ma applica stereotipi per ridurre la quantità di ansia che qualsiasi situazione nuova genera. Così avviene per il concetto di «drogato», utilizzato per definire situazioni che altrimenti necessiterebbero di un lavoro di comprensione più ampio. Esaminiamo questi ipotetici titoli di giornale: Drogato ucciso dalla madre dopo l'ennesima lite Drogato uccide anziano signore investendolo con l'auto Queste sono due situazioni che vengono definite semplicemente dall’uso dell parola «drogato». Infatti ciascuno di noi leggendo questi titoli pensa immediatamente: certo povera mamma non ne poteva più di quella situazione, ha cercato una soluzione. Oppure, per il secondo caso: è tremendo con questi drogati in giro aumenta il rischio per tutta la gente perbene. Ora proviamo a sostituire lo stereotipo «drogato» con un'altra parola che potrebbe definire la stessa situazione e vedremo il cambiamento di senso: Milanista ucciso dalla madre dopo l'ennesima lite In questo caso siamo portati a pensare che la situazione si circoscriva nel contesto di una lite sportiva e forse pensiamo che la madre, magari tifosa della Juve, sia impazzita e non si sia riuscita a controllare. Se leggiamo l'articolo del giornale magari apprendiamo che il figlio faceva uso anche di qualche pasticca quando andava allo stadio e che la madre era un’alcolizzata. Ma la situazione stereotipata è definita dalla parola «milanista» che fa pensare all'ambiente del calcio e dei tifosi. Sacerdote uccide anziano signore investendolo con l'auto In questo caso la situazione si definisce come: «la sventura» e noi siamo portati a pensare che il sacerdote è stato veramente sventurato e che per tutta la vita penserà a quel povero signore, che tutto sommato è stato anche fortunato perché è morto subito senza sofferenze e poi ha trovato chi pregherà per lui. Questo per dimostrare come la parola «drogato» produce già da sé una definizione in negativo della situazione attribuendo la «colpa» al drogato. Magari potremmo leggere, ad esempio, nel nostro ipotetico articolo di giornale che il sacerdote, da tempo in crisi, aveva cominciato ad assumere psicofarmaci in dosi eccessive al di fuori delle prescrizioni mediche e che nell'ultimo periodo prima dell'incidente aveva preso l'abitudine di confezionarsi da solo cocktails di farmaci antidepressivi e che era anche finito in ospedale per questo. Queste descrizioni del sacerdote ci fanno pensare: la parola «drogato» definisce moralisticamente la situazione e funziona da capro espiatorio attirando su di sé tutte le ansie correlate al fenomeno della tossicodipendenza. In questo senso funziona come una comoda etichetta che ci evita di approfondire e serve per sottrarsi al pensiero. Vediamo ancora gli elementi che costituiscono lo stereotipo. Il tossico è giovane, i tossici muoiono giovani, fa patire i poveri genitori, era tanto bravo da piccolo, è stato corrotto dalle cattive compagnie, è bugiardo, è trasandato, porta l'orecchino, forse ha l'aids, non lavora e invece gli farebbe bene un po’ di lavoro, è viziato, ha avuto troppo dalla vita ecc. In base a questo stereotipo un signore di 50 anni con moglie e figli che non vive più con i genitori da quando si è sposato, che ha cominciato a fare uso di eroina a 38 anni, che ha avuto momenti di grave intossicazione in cui ha prosciugato il conto in banca, che tuttavia non ha mai nascosto questa sua situazione alla moglie, mettendola sempre al corrente di ciò che faceva: costui non dovrebbe essere un drogato. Eppure anche se non ha l'orecchino e si veste come un commesso di un negozio di abbigliamento ha una fortissima problematica di dipendenza dalla droga. Questo per riflettere insieme sul fatto che il linguaggio drogato è un linguaggio che comunica emozioni. Le emozioni possono rovesciarsi su stereotipi che a volte diventano capri espiatori provocando una catarsi, cioè una purificazione, come diceva Aristotele parlando della tragedia greca; questa catarsi ci fa sentire meglio, ma non risolve il problema, anzi spesso lo aggrava per cui si rende necessario un nuovo capro espiatorio una nuova catarsi ecc. L'altra strada possibile è la trasformazione delle emozioni in pensieri, in concetti operativi che siano in grado di farci afferrare il fenomeno che osserviamo e su cui vogliamo intervenire. Il senso di questo articolo è far comprendere quanto, per colpa degli stereotipi, le nostre idee possano facilmente essere manipolate e indirizzate dove fa più comodo. Per uscire da questo «modo comune» di pensare bisognerebbe aumentare la coscienza con nuove conoscenze che divengano senso comune, strumenti di un pensiero diffuso, bagaglio di conoscenze e che entrino nel dizionario che utilizziamo nella nostra conversazione quotidiana, anche quella cosiddetta «futile», quella da bar. Questo mutamento del linguaggio quotidiano è ciò che permetterebbe al linguaggio stesso di non essere «drogato» e cioè di socializzare la conoscenza e non di rinchiuderla in un cerchio occulto che divide i colti dagli ignoranti. Questa è una distinzione che, dobbiamo superare perché l'essere umano ha, per fortuna, la capacità di pensare e di agire di conseguenza. Le idee e le azioni che derivano dalle idee possono essere giuste o «drogate». Sta a noi scegliere.
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