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Avrebbero voglia di gridare il loro dolore, la loro rabbia, la loro voglia di vivere una vita “normale”, ma non possono, non debbono, non glielo consentiamo. Per non vedere, per non sentire questi moderni “intoccabili”, abbiamo cambiato persino il termine con cui li definiamo: non più handicappati, che in epoca di imperante buonismo fa tanto “politicamente scorretto” ma disabili o meglio “diversamente abili”. Peccato che delle loro diverse abilità, che esistono e sono spesso intensissime, come i loro sentimenti, non abbiamo poi voglia di sapere né di vedere. Sono invisibili.
Eppure non tutti coloro che per nascita o successivo trauma fisico o psicologico hanno abbandonato la categoria del “normali” per rientrare in quella dei ciechi, dei sordi, dei muti, di coloro che il fato ha costretto su una sedia a rotelle, o anche dei Down o di altre patologie mentali, sono dei soggetti passivi, anzi quasi nessuno lo è neppure i casi apparentemente più gravi. E certamente non meritano di essere oggetto di pietà, ma di rispetto e amore. In questo senso SecondLife, il mondo virtuale creato dalla californiana Lindenlab, dà la possibilità di scoprire aspetti che la vita “reale”, con le sue barriere mentali, fisiche e culturali (di noi “normali”) spesso impedisce di considerare. Potreste mai guardare con un minimo di interesse che non sia mosso da un sentimento di pietas una ragazza ventenne costretta su una sedia a rotelle da una caduta da ragazzina, plurioperata ma con la prospettiva di dover trascorrere se non tutta la vita quanto meno ancora molti anni su di essa prima di poter sperare di recuperare un minimo di autonomia nella motricità?
Oppure una donna affetta da Lupus Eritematoso Sistemico (LES), malattia “rara” (e dunque relativamente poco studiata) ed autoimmune che colpisce “random” che colpisce in media 5 bambini ogni milione e che ha un decorso imprevedibile, tanto che ogni paziente è un caso a sé e non sa neppure se ha una speranza di vita di 10 o 20 anni? O magari un giovane uomo colpito da autismo? E l’elenco potrebbe continuare all’infinito. La risposta è no, nella vita reale li guarderemmo quasi certamente con un senso di pietà, o forse di affetto ma consapevoli del loro “sventurato destino” e tacitamente imporremmo a loro la parte delle vittime sacrificali. Che dunque possono piangere, urlare, disperarsi, certo, inveire contro il destino canaglia. Ma non gioire, non amare, non provare le stesse pulsioni, anche erotiche, o interessi di noi “normali”.E invece capita che su SecondLife, dove tutti siamo ugualmente belli coi nostri avatar perennemente giovani e attraenti, dove tutti possiamo volare se ci stanchiamo di camminare e siamo insensibili alle malattie, al tempo che passa o anche ai colpi di spada o di proiettili, quasi fossimo dei novelli Nembo Kid, dietro la maschera, l’avatar, si nascondono anche “loro”. E, sorpresa, come noi sono in grado di progettare e costruire intere città, diventare punti di riferimento di comunità “virtuali”, ma anche di chiedere attenzioni, amicizie, amore, o magari sesso selvaggio. Perché anche i “diversamente abili” in questo sono, ancora una volta, uguali a noi, sono parte di noi: hanno le nostre stesse passioni, desideri e necessità, vogliono essere uomini e donne di successo, essere uomini e donne circondati di attenzioni, di amici, di amanti. E fare l’amore, teneramente, oppure no, in modo sporco, selvaggio, “immorale”. Attendere il proprio principe azzurro o la propria regina, o invece praticare il sesso tantrico o il Bdsm, essere Dominanti o dominati, riappropriarsi di quei sapori e di quelle emozioni che nella vita reale noi “normali” gli rubiamo, inibendoli, impedendo loro di gustarli come sarebbe lecito. Così capita che facciamo amicizi con un avatar, iniziamo a stimarci, a condividere passioni, progetti, valori proprio come nella vita reale. Magari anche che si abbia un’intensa relazione erotica e nell’alcova non ci si ponga limiti, da entrambe le parti. Scoprendo poi, ma più spesso sapendolo prima, il loro disagio, che nella vita reale li terrebbe sempre a un metro di distanza da noi. E così finalmente apriamo gli occhi, proprio come la protagonista femminile di Eyes Wide Shut che chiude il film con uno sguardo intenso di femmina che reclama il proprio diritto all’eros e con un “let’s fuck!”, “scopiamo!”, lo domanda senza esitazione al suo uomo. Ebbene sì, i “diversamente abili” non esistono, perché sono come noi, sono noi. E amano, odiano, progettano, soffrono, e vogliono fare l’amore esattamente come noi. Anche se costretti fin fa ragazzi su una sedia a rotelle, o rinchiusi in un mondo proprio o anche in attesa di morire per una malattia di cui nessuno ha voglia di studiare la cura perché costerebbe fatica e soldi ma colpendo pochi non darebbe alcun profitto alle multinazionali farmaceutiche né alla casta dei medici. E allora grazie SecondLife, non perché fai loro vivere un sogno, ma perché dai a noi poveri “normali” la possibilità di aprire gli occhi e capire la bellezza e le abilità di coloro che solitamente rendiamo ogni giorno degli “invisibili”.
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